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Appunti di viaggio – Il “velo andaluso” e la magia dei vini di Jerez

Appunti di viaggio – Il “velo andaluso” e la magia dei vini di Jerez

Interessanti novità in casa AIS: quest’anno si inaugura un nuovo format, attento ai contenuti e ricco di spunti; ‘Appunti di viaggio’ è l’originale formula ideata dalla Delegazione AIS di Sassari per raccontare esperienze vissute e vini degustati.

Si parte con gli appunti di viaggio in Andalusia del nostro collega Giorgio Demuru che, martedì 25 novembre, ci ha guidato nel fantastico mondo dei vini di Jerez, meglio noti come Sherry, in un dinamico ‘botta e risposta’ con il delegato Salvatore Circosta.

Giorgio, esperto sommelier, è un appassionato dei vini fortificati ma anche un efficace narratore e ci ha raccontato la sua esperienza nei territori di Jerez de la Frontera, il cosiddetto “El Marco de Jerez”, zona vitivinicola sudoccidentale della Spagna, al centro della regione andalusa. È proprio qui che nascono i vini di Jerez, sotto il comune denominatore dei vitigni palomino, pedro ximénez e moscatel de Alexandría. La storia narra che furono i Fenici nel 1100 a.c. a impiantare i primi vigneti e a fondare la città di Xera, dalla quale deriverà, in seguito, il nome Jerez. Altre dominazioni (greca, araba, cartaginese) incentivarono la produzione di vino, ma fu con la scoperta dell’America che il vino di Jerez conobbe la diffusione in varie parti del mondo, fino a divenire noto agli inglesi che si stabilirono nel triangulo fondando diverse bodegas che ancora oggi producono tra i migliori sherry.

L’ areale si trova in un triangolo che si affaccia sull’Atlantico e ha i suoi vertici tra le città di Jerez de la Frontera, Sanlúcar de Barrameda (patria esclusiva della Manzanilla) ed El Puerto de Santa Maria, privilegiato dalla presenza di albariza, un terreno di origine marina, ricco di carbonato di calcio, silice e argilla; si potrebbe assimilare al terreno della Champagne, e questo lascia intuire la qualità dei vini che ne deriva. Le condizioni climatiche sono, certo, molto diverse rispetto alla regione francese: il caldo torrido, le piogge scarse e la ventilazione (fresca da ovest e calda da est) danno origine a vini molto secchi, strutturati e unici al mondo. Il nuovo disciplinare del 2023 ha esteso la zona di invecchiamento dei vini anche al di fuori del ‘triangulo del marco’, consentendo ad altre città di ospitare le Cantine destinate alle lunghe maturazioni.

Ma il segreto della ricetta andalusa non è solo il terroir, c’è qualcosa di magico in questi vini: il loro invecchiamento sotto ‘il velo di flor’, la patina di lieviti indigeni che custodiscono il vino nelle botti scolme e lo trasformano in un prodotto straordinario.

La produzione dello Jerez è alquanto complessa, richiede competenze e anni di invecchiamento, e ogni vino è destinato ad una categoria che si differenzia sotto molteplici aspetti. Troviamo 3 principali tipologie: i vinos generosos (gli sherry più noti: Manzanilla, Fino, Amontillado, Oloroso e il raro Palo Cortado), i vinos dulces naturales (Dulce, Moscatel e Pedro Ximénez) e infine i vinos generosos de licor (considerati meno identitari dagli andalusi, ma molto conosciuti, apprezzati e venduti fuori dalla Spagna, come Pale Dry, Pale Cream, Medium e Cream). Nelle Bodegas (cantine) è il Capataz (responsabile della cantina) che decide quale vino destinare ad ogni categoria, in base alle caratteristiche organolettiche e all’esperienza. Si valuta il tipo di mosto: il mosto fiore, la primera yema, viene normalmente utilizzato per la produzione dei Finos; il mosto da segunda yema sarà destinato a diventare Oloroso, mente la parte meno pregiata (il mosto prensa, cioè torchiato) viene di solito utilizzato per la produzione di aceto e brandy.

Una volta valutati i vini giovani a disposizione (detti anche sobretablas), normalmente pronti per il giorno di Sant’Andrea, il 30 novembre, il Capataz decide a quale percorso destinarli, procedendo alla fortificazione, il passaggio chiave della produzione: l’aggiunta di alcol che origina un titolo alcolometrico di 15% o 18%, in base al tipo di sherry che si vuole ottenere. Avremo, quindi, i Finos, fra cui la Manzanilla prodotta solo a Sanlúcar de Barrameda, (che successivamente, con un’ulteriore fortificazione, potranno diventare Amontillado e Palo Cortado) e gli Olorosos. La differenza all’origine è il tipo di mosto, ma è nel processo di invecchiamento che si definisce il tipo di sherry: i Finos e i Manzanilla vengono sottoposti ad un affinamento biologico (crianza biologica), per almeno 2 anni, riposando in grandi botte scolme dove lo strato superficiale del liquido si ricopre del ‘velo di flor’, composto da microrganismi che per formarsi necessitano di condizioni particolari: temperatura tra i 18°e i 22°, umidità superiore al 65% e un grado alcolico del vino che non superi il 15%. La presenza della flor, con l’aiuto dell’ossigeno della botte scolma, consuma alcol, zuccheri residui, glicerina, acido acetico e altri microelementi, creando un ambiente anaerobico che conferirà ai vini grande sapidità e un gusto estremamente secco. La tipologia Amontillado (che deve il nome allo stile della vicina denominazione Montilla Moriles) prevede che i vini già sottoposti a maturazione biologica sotto il velo di flor, se ritenuti abbastanza strutturati, vengano ulteriormente fortificati fino a 18% e sottoposti a un’ulteriore fase di maturazione, in questo caso ossidativa, senza velo di flor, che può durare anche molti anni, a seconda delle scelte produttive. Gli Oloroso, invece, vengono sottoposti fin dall’inizio a invecchiamento ossidativo, senza avere mai contatto con la flor, e sono chiaramente vini più strutturati e potenti.

È interessante soffermarsi sul sistema di invecchiamento dello sherry: il metodo solera y criaderas, ovvero il posizionamento di botti sovrapposte in una struttura triangolare basata sull’annata della botte stessa, con il blend dei vini più vecchi sulla fila di botti a contatto con il suolo (da qui, solera) e le annate più recenti in alto (criaderas). Quando viene fatto il prelievo dalle soleras per l’imbottigliamento, il vino viene sostituito con quello contenuto nella prima criadera e così via con le altre file di botti, facendo sì che in ogni botte si trovino vini di diverse annate e si conferisca al prodotto un profilo aromatico sfaccettato e coerente con il tipo di sherry che si vuole realizzare.

Merita un cenno il Palo Cortado, uno sherry raro che “nasce” solo se lo decide la natura, quando cioè in una botte destinata alla produzione di Fino, quindi con maturazione biologica, il velo di flor non si sviluppa o svanisce subito. A questo punto, si aumenta la fortificazione fino a 18% e il vino va avanti con la maturazione ossidativa. Una tipologia con pregiati sentori di nocciola e caramello, un vero gioiello tra le produzioni locali che si definisce un ibrido prezioso tra un Amontillado e un Oloroso. Da citare, nella categoria vinos dulces naturales, il Pedro Ximénez, dolce e liquoroso, ricco di zuccheri e dagli aromi di frutta caramellata e cioccolato.

Anche la degustazione è stata caratterizzata da un viaggio sensoriale che ha attraversato i sentori erbacei e fruttati degli sherry più secchi fino alla dolcezza avvolgente del Pedro Ximénez, cinque calici di vera Andalusia:

MANZANILLA “PAPIRUSA” – LUSTAU – 100% palomino fino, prodotto da una bodega storica di Jerez de la Frontera, nata nel 1896, invecchia per 5 anni sotto il velo di flor e sviluppa 15% di alcol; paglierino fitto e vivace, alla prima olfazione emerge il sentore tipico della vinificazione, l’acetaldeide della flor; seguono note vegetali di erbe aromatiche e pasta di pane. E’ un vino molto secco, di grande struttura, una buona persistenza, ottimo da degustare con mandorle tostate e salate.

FINO PANDO WILLIAMS&HUMBERT – 100% palomino fino, anche in questo caso la produzione proviene da una bodega storica del XIX° secolo, da vigneti qualificati come Jerez Superior. Paglierino luminoso, al naso esplodono sentori di frutta secca, ginestra,e note di pasticceria. Buona la sapidità e la persistenza. Perfetto con gli aperitivi a base di tapas.

AMONTILLADO “LOS ARCOS” – LUSTAU – 100% palomino fino, vino alcolico a 18,5%, invecchia con metodo solera per 8 anni, il colore è mogano fitto e luminoso, insolito per un vino da uve bianche, all’olfatto propone sentori di nocciola che virano al caramello e al tabacco. Ottimo per degustare jamon serrano o anche solo per meditare.

OLOROSO “BAILEN” – OSBORNE – 100% palomino fino, il grado alcolico si fa importante (20%) in questo sherry che matura 10 anni con metodo solera; non gode della flor ma dell’invecchiamento ossidativo controllato, sviluppando una complessità straordinaria, molto secco, elegante e di lunga persistenza. Vino che si abbina felicemente a formaggi stagionati e piatti di carne elaborati.

PEDRO XIMÉNEZ “DON ZOILO” 15 ANNI – WILLIAMS&HUMBERT – 100% pedro ximénez, per ultimo ma non ultimo, un vino dal colore quasi ebano, ha una rara consistenza viscosa, che riporta squisiti sentori di dattero, caffè e cacao. Matura 15 anni in botti “solera y criaderas”, è molto dolce, ha un contenuto di zuccheri pari a 400g/l e va bevuto molto freddo per assaporarlo al meglio, accompagnato magari da cioccolato extrafondente o formaggi erborinati.

Degustare e approfondire la conoscenza degli stili di vinificazione significa cogliere tutte le sfumature di un territorio attraverso il mondo del vino ed è in questo modo che si annullano i limiti della conoscenza: la vigna, l’intervento dell’uomo, il clima e il suolo concorrono a quello che si definisce terroir: la meraviglia del viaggio sta proprio nel sondare e avvicinarsi a quegli aspetti che non possono essere colti solo attraverso lo studio e la degustazione, ma devono essere esplorati visitando le cantine, approcciandosi all’identità vera di chi, per cultura, appartenenza e tradizione, produce e parla agli altri con tutto quello che il vino, nel mondo, può offrire.

È questa la visione che si pone dietro a progetti come gli ‘Appunti di Viaggio’ di AIS Sassari. Viaggiare, assaggiare, riportare le esperienze è un modo per ancorare la conoscenza e trasmetterla nel modo più inclusivo, perché parlare di vino significa soprattutto viverlo e poterlo raccontare, possibilmente in maniera diretta e conviviale. Ed è confortante il gradimento unanime che ha avuto la proposta, fin dal momento delle prenotazioni. Un deciso incentivo a proseguire su questa strada.

Concludiamo i nostri appunti di viaggio con una curiosità: lo sherry viene tradizionalmente versato nel tipico bicchiere ‘catavino’ con uno strumento chiamato venencia, quasi un simbolo dell’Andalusia, un lungo bastone flessibile che termina con una tazza cilindrica, utilizzato normalmente per estrarre il vino dalle botti, che richiede grande esperienza per essere maneggiato.

Arrivederci al prossimo viaggio!

Collio Day 2025 – L’Italia si tinge di giallo

Collio Day 2025 – L’Italia si tinge di giallo

Nuova edizione del Collio Day, l’appuntamento che da anni si rinnova con AIS Sardegna, quest’anno nella Delegazione AIS Sassari, in collaborazione con il Consorzio di Tutela dei Vini del Collio per conoscere e apprezzare i vini di questo territorio del Friuli-Venezia Giulia.

Il 13 novembre, la Delegazione AIS di Sassari ha ospitato la rappresentanza del Consorzio di Tutela dei Vini del Collio e, insieme a soci e appassionati, ha dato il via ad un originale degustazione dei vini più rappresentativi della zona friulana in provincia di Gorizia, al confine con la Slovenia. Il Consorzio di tutela del Collio DOC è il terzo consorzio vitivinicolo nato in Italia (dopo quello del Barolo e del Chianti), riunisce produzioni per l’88 % a bacca bianca e il restante 12% a bacca nera, sotto l’egida delle due denominazioni principali: Collio Bianco e Collio Rosso. Zona di produzione bianchista, dunque, nota per vitigni internazionali che ben si prestano a diverse declinazioni (sauvignon blanc, pinot grigio, riesling) ma anche per uve autoctone come il friulano, la ribolla gialla, il prezioso picolit e la malvasia istriana, una tra le malvasie non aromatiche, originale e sorprendente; abbiamo concluso la degustazione con un rosso d’eccellenza, un Merlot che, curiosità, in questa zona, si pronuncia senza elidere la T finale!

Oltre al gruppo di degustatori delle delegazioni di Sassari, Cagliari, Gallura e Oristano, ci ha supportato il produttore friulano Luca Raccaro, presidente del Consorzio di tutela del Collio DOC, un giovane brioso e coinvolgente che ha illustrato il territorio chiacchierando con il nostro collega Roberto Dessanti di filosofia produttiva e storia vitivinicola, in un interessante excursus che ha raccontato con passione uno scampolo d’Italia ricco di tradizioni e cultura, non solo del vino. In degustazione anche alcuni prodotti gastronomici: il formaggio Montasio DOP e il Prosciutto San Daniele DOP, due simboli della produzione locale famosi e apprezzati in tutto il mondo.

All’assaggio sette vini (sei bianchi e un rosso), per celebrare alcune delle circa trecento aziende del territorio che produce circa sette milioni di bottiglie e può contare su un consorzio di viticoltori riuniti e appassionati per dare forza e identità alle colline vocate per il vino, privilegiate dalla presenza della ponca, nome friulano del terreno Flysch di Cormòns, composto dall’alternanza di strati di marna e arenaria. È proprio il terreno parte fondamentale della ricetta dei vini del Collio: perfetto apporto idrico alla vite (la marna, tenera e argillosa, trattiene l’acqua e l’arenaria, dura e sabbiosa, la drena) e discioglimento di minerali che donano elegante sapidità ai vini.

L’assaggio è stato guidato dai degustatori delle Delegazioni AIS: Giorgio Demuru di AIS Sassari, Alessandra Corda di AIS Gallura, Alessandro Benini delegato AIS Oristano e Davide Piga per AIS Cagliari, con un affascinante racconto sugli aspetti salienti dei vini in degustazione:

-COLLIO RIBOLLA GIALLA 2024 – SCOLARIS; vino giovane da un vitigno autoctono, radicato nel territorio già dal XIV°secolo, prodotto nella zona sud, a San Lorenzo Isontino, da un’azienda nata cento anni fa. Paglierino fitto e vivace, bei riflessi dorati, sentori di susina e fieno con le tipiche note minerali dettate dal suolo caratteristico della zona. Un assaggio allegro e fresco, con sbuffi iodati di bella sapidità.

-COLLIO PINOT GRIGIO 2023 – CASTELLO DI SPESSA; proveniente dalla zona centro-occidentale di Spessa, grazie alla macerazione prefermentativa di alcune ore presenta note ramate di grande luminosità. All’olfatto è elegante e pulito, con sentori di pera matura e piccole bacche, intenso e complesso, in bocca ha buona piacevolezza e sapidità.

-COLLIO FRIULANO 2024 – RACCARO; vino del produttore ospite in sala, Luca Raccaro, che, continuando la tradizione dell’azienda di famiglia dal 1927, nella zona di Cormòns (già citata per l’alta concentrazione di ponca), ha creato un vino originale, decisamente molto apprezzato, per gli eleganti sentori di pera e agrumi, le note iodate e l’elegante coerenza gusto-olfattiva.

-COLLIO MALVASIA 2024 – CACCESE; zona di Pradis, parte occidentale del Collio, questa malvasia non aromatica, tipica del territorio istriano, regala inaspettati sentori mentolati, con note floreali di elicriso e genziana, resina e ricordi balsamici e boschivi. Sapido e persistente, al gusto un ritorno di erbe officinali e cardamomo ne fanno un vino piacevole che attira il sorso.

-FRIULI SAUVIGNON SANDIS 2024 – MARCO FELLUGA; prodotto in una delle aziende pioniere del vino friulano, a Gradisca d’Isonzo, è un vino di ottima freschezza che delinea le caratteristiche del vitigno dai sentori di bosso, glicine e foglia di pomodoro per eccellenza. Ottima sapidità ed eleganza, non troppo opulento ma di grande piacevolezza.

-COLLO BIANCO 2024 – COLLE DUGA; prodotto a Zegla, al confine occidentale con la Slovenia, su appena 10 ha vitati di proprietà dell’azienda Damian Princic, è un blend di friulano, chardonnay, malvasia e sauvignon, vinificati separatamente e assemblati dopo la maturazione di una parte in acciaio e dell’altra in botte, filosofia che lascia esprimere il massimo da ogni vitigno protagonista; un vino complesso e sfaccettato dai sentori speziati e di erbe mediterranee.

-COLLIO MERLOT 2020 – GRADIS’CIUTTA; a chiudere un rosso internazionale ma friulano al tempo stesso, vinificato per metà in acciaio e per metà in botte, pieno, corposo, dalla tenue speziatura e dalla struttura stentorea, di grande freschezza e sapidità e dal finale lungo e piacevole.

La vivace degustazione si è conclusa con l’assaggio del Montasio DOP, in diverse stagionature, e il Prosciutto San Daniele DOP, prodotti squisiti a conferma della grande qualità e attenzione che questo territorio pone nelle sue espressioni enogastronomiche.

Possiamo solo dire… Arrivederci Collio Day alla prossima edizione!

L’Alto Adige si tinge di noir

L’Alto Adige si tinge di noir

Un’affascinante scalata tra le vette dell’Alto Adige per conoscere e gustare un vitigno antico e amato, capace di dare vita a vini pregiati e originali tra i più apprezzati al mondo: il pinot noir.

Nel seminario del 10 ottobre presso l’Hotel Carlo Felice, intitolato “Diverse anime: un solo vitigno: il Pinot Nero dell’Alto Adige”, ci ha guidato André Senoner, giovane ed esperto sommelier, Master of Pinot Noir nel 2021, che con 8 vini in degustazione, sapienza e agilità ha illustrato l’altra anima dell’Alto Adige, quella del vino rosso di alta qualità. Territorio noto per la sua vocazione per i vitigni a bacca bianca, tra i quali spiccano chardonnay e pinot grigio, ha un passato di grandi produzioni di rossi che si ripresenta oggi con il pinot nero, in un panorama che vede la coltivazione di oltre venti vitigni diversi. Su quasi 6000 ettari di superficie vitata, il territorio altoatesino ha una produzione variegata su terreni alpini e altitudini che variano dai 200 ai 1000 metri slm, godendo anche delle correnti mediterranee. Questo panorama può significare solo una cosa: vini diversi per vitigni e terroir e qualità eccellente grazie agli oltre 4500 viticoltori che rappresentano le diverse anime del territorio.

Il pinot noir occupa oggi uno spazio da protagonista nel panorama vitivinicolo dell’Alto Adige: vitigno tra i più antichi al mondo, nasce nel primo millennio da un incrocio tra (pinot) meunier e traminer, e qui prende il nome di blauburgunder (Blu di Borgogna, luogo natio del vitigno); ha buccia sottile che dona al vino un colore rosso non particolarmente intenso, predilige clima fresco con terreni magri e drenanti, composti prevalentemente da porfido, mica, quarzo e calcare. Oltre alle produzioni più prestigiose della Francia, è eletto a vitigno protagonista anche nel continente oceanico, in Sudafrica e Oregon, a dimostrare che il pinot nero è ormai cittadino del mondo, con ben 118.000 ha vitati in tutto il pianeta.

Dalla vendemmia 2024 i vini della DOC Alto Adige potranno riportare in etichetta le U.G.A. (Unità Geografiche Aggiuntive)

In degustazione otto vini, ognuno con un’anima diversa, espressione dei terroir altoatesini:

– Alto Adige Val Venosta DOC Pinot Nero 2023 – Cantina Marinushof: prodotto nelle colline di Castelbello, vinificato in barrique francesi per il 20% nuove; limpidissimo nel calice e con caratteristici sentori di frutti rossi freschi, spezie scure ed erbe aromatiche, con buona freschezza e tannini docili e avvolgenti.

– Alto Adige DOC Pinot Nero Windschnur 2022 – Tenuta Castel Rametz: proveniente dall’areale di Merano, con una piccola produzione di 2500 bottiglie, al naso presenta frutta matura, conseguenza dell’annata particolarmente calda, e sentori di legno tostato, ma è più spregiudicato al palato, sapido ed elegante, con un tannino “educato” e un finale lungo e piacevole.

– Alto Adige DOC Pinot Nero Riserva Anrar 2022 – Cantina Andriano: prodotto dall’azienda più antica del territorio, recentemente acquisita dalla Cantina di Terlano; svolge la fermentazione malolattica e la successiva maturazione in barrique, presenta note di melagrana matura ed erbe aromatiche al naso e al palato, con un bel retrolfatto fruttato e succoso; un vino caldo e saporito che rimanda a sensazioni autunnali.

– Alto Adige DOC Pinot Nero Maglen 2022 – Cantina Tramin: prodotto con uve provenienti per metà dal Maso di Mazzon (zona vitivinicola estremamente vocata al pinot nero), per metà dalle vigne di Gleno, ricca di terreni di argilla sabbiosa; alla vista rubino limpido e acceso, dagli avvolgenti sentori di confettura di ciliegia, di buona sapidità, tannini “adesivi” e una moderata persistenza.

– Alto Adige DOC Pinot Nero Riserva Matan 2022 – Pfitscher: anche in questo caso, uve provenienti dal vigneto di Gleno, frazione del comune di Montagna (matan, montagna in tedesco): nel susseguirsi della degustazione, è un crescendo di percezioni gusto-olfattive più intense, e questo vino con i suoi sentori balsamici, di cacao e caffè, si differenzia dai precedenti per maggiore espressività ed evoluzione, rimanda a sentori che virano all’arancia sanguinella, per un vino atipico di buona struttura che ancora una volta dimostra la diversità delle sfumature di pinot nero in un areale limitato nell’estensione ma ricco di differenze espressive.

– Alto Adige DOC Pinot Noir Riserva Vigna Kofl 2022 – Peter Zemmer, proviene da una vigna di 14 ha situata a oltre 1000 metri slm. Matura un anno in barrique di rovere di primo passaggio e ulteriori 6 mesi in acciaio. È caratterizzato da sentori di frutti croccanti ed erbe alpine, ottima freschezza e sapidità, dai tannini modulati e aggraziati.

– Alto Adige DOC Pinot Nero Riserva Lehmont 2021 – Cantina Sankt Pauls: rubino tenue, intenso e speziato di cardamomo, di ottima struttura, abbellito da tannini gentili; un vino dal bel carattere che nasce da terreni calcarei e esprime il meglio di sé dopo una breve sosta nel calice.

– Alto Adige DOC Pinot Nero Riserva Trattmann 2022 – Cantina Girlan, prodotto con uve provenienti per la maggior parte dalla Bassa Atesina su terreni argilloso-calcarei e in parte dalle zone collinari dell’Oltradige su roccia vulcanica; svolge la fermentazione malolattica, è un vino intenso e avvolgente, con sentori affumicati, tannini polverosi e una buona propensione ad evolversi.

Un viaggio coinvolgente e ricco di sorprese che solo un vitigno nobile come il pinot nero poteva regalarci, sotto una guida esperta che ha saputo illustrarne le diverse espressioni in un territorio di tradizione e sapienza vitivinicola. Pinot nero altoatesino che esprime freschezza e struttura diversa rispetto al ‘cugino’ d’oltralpe, ma che riesce comunque a stupire e ad affascinare.

L’effervescente spartito di Pietro Palma: Il suono dello Champagne

L’effervescente spartito di Pietro Palma: Il suono dello Champagne

Ci sono libri che si leggono come manuali, aridi e didascalici, e altri che si gustano come un buon calice di vino: complessi, precisi, capaci di sorprendere pagina dopo pagina. Il suono dello Champagne di Pietro Palma (Edizioni Ampelos) appartiene sicuramente alla seconda categoria. Non è soltanto un saggio sul vino: è un’opera che riesce a fondere rigore tecnico e leggerezza narrativa, unendo la chiarezza della divulgazione all’incanto della metafora musicale.

L’autore parte da un’idea tanto semplice quanto potente: lo Champagne non è solo vino, è un’esperienza armonica. Ogni scelta del vignaiolo – dal vitigno alla pressatura, dal dosaggio alla sboccatura – equivale a un cursore di un equalizzatore, a una levetta capace di spostare l’intero equilibrio della sinfonia. Ne nasce un racconto che, pur attraversando tutte le tappe del metodo champenois con precisione quasi chirurgica, mantiene sempre la freschezza di un brano jazz suonato dal vivo.

Uno dei meriti maggiori dell’autore è l’aver scardinato la retorica complicata e macchinosa che da secoli circonda le bollicine più celebri al mondo. Niente voli pindarici, niente stucchevoli metafore sulla “magia” o sulla “poesia” della fermentazione: Palma riporta lo Champagne con i piedi ben piantati nella terra da cui nasce, tra il gesso che riflette la luce, i pendii che drenano l’acqua e le scelte agronomiche e tecniche che fanno la differenza tra un vino mediocre e un vino capolavoro. E lo fa senza mai diventare pedante e, soprattutto, evitando il rischio di trasformare il suo libro in un manuale universitario. È piuttosto una guida di viaggio: arguta e un po’ ironica, che non teme di sdrammatizzare e smorzare i toni, quando serve.

La struttura stessa del volume è pensata per accompagnare il lettore in un percorso progressivo: dalla definizione di Champagne al mosaico di terroir, fino alla degustazione e alle prospettive della denominazione. Ogni capitolo sembra la tappa di una degustazione guidata, con il lettore seduto a un bancone ideale, che acquisisce conoscenza a piccoli sorsi.

La sua scrittura ha un ritmo che conquista: mai monotona, sempre ricca di esempi concreti, a tratti divertente, eppure decisamente intransigente. Non si ha mai l’impressione di “studiare”. Si ha la sensazione di ascoltare un appassionato che racconta lo Champagne con entusiasmo contagioso, capace di rendere affascinante anche la più tecnica delle spiegazioni.

La trovata del “suono” come chiave di lettura è una riuscitissima metafora: diventa una vera e propria griglia interpretativa che consente di leggere lo Champagne come un’opera collettiva di equilibri. Nel libro lo Champagne non è solo raccontato, è anche interpretato. Una interpretazione che ci ricorda che ogni bottiglia non è un miracolo improvviso e casuale, ma la somma di innumerevoli dettagli, come una partitura costruita nota dopo nota.

In un panorama editoriale dove abbondano guide, atlanti e volumi celebrativi sul tema, Il suono dello Champagne riesce a distinguersi perché non si limita a raccontare “cosa bere”, ma insegna a capire “come nasce ciò che beviamo”. È un libro che istruisce e non annoia, che può appassionare sia lo studente di enologia sia l’appassionato che vuole bearsi del fascino delle bollicine.

Alla fine della lettura, la tentazione è inevitabile: stappare una bottiglia e ascoltarne davvero il “suono”. L’autore riesce a trasformare un prodotto di lusso, spesso avvolto da un’aura di inaccessibilità, in un fenomeno umano, culturale e tecnico, avvicinandolo al lettore senza togliergli un briciolo di fascino.

Se molti libri sul vino ci lasciano con una nozione in più, questo ci lascia con una bella consapevolezza e con un desiderio diverso: riascoltare, calice in mano, la melodia che ogni produttore di Champagne ha deciso di scrivere per noi.

Il suono dello Champagne è dunque più di un libro: è un invito a degustare con le testa, oltre che con il palato. E, cosa non da poco, a godersi un testo che sa essere serio senza mai prendersi troppo sul serio. Un brindisi scritto che mi è piaciuto molto.

Diverse anime, un vitigno: il Pinot Nero dell’Alto Adige

Diverse anime, un vitigno: il Pinot Nero dell’Alto Adige

Dopo la pausa estiva AIS Sardegna riprende i seminari riservati ai soci. Venerdì 10 ottobre alle ore 19:00, presso l’Hotel Carlo Felice, l’occasione di approfondimento – organizzata in collaborazione con il Consorzio Vini Alto Adige, d’intesa con la Delegazione di Sassari – avrà ad oggetto uno dei vitigni altoatesini più rappresentativi: il Pinot Nero.

Unanimemente considerato tra i vitigni nobili, il Pinot Nero ha trovato in Alto Adige condizioni ideali che gli consentono di dar vita a vini di grande eleganza ed espressività. Il seminario proporrà ai partecipanti una lettura del vitigno volta a individuare le diverse anime che può esprimere in ragione del terroir e dell’interpretazione dell’enologo. Le differenti altitudini, i microclimi e la varietà di suoli contribuiscono infatti a creare un panorama di stili, rendendo il Pinot Nero altoatesino sorprendentemente versatile, capace quindi di narrare storie diverse, pur rimanendo fedele alla sua radice varietale. La degustazione che seguirà  si propone di rendere tangibili le differenze tra le etichette in assaggio, ciascuna espressione di un terroir unico e del diverso approccio enologico. Si prospetta pertanto una serata intrigante e di sicuro interesse.

Il seminario, sarà condotto da André Senoner; originario della Val Gardena, sommelier professionista, Master Pinot Noir 2021 e Professionista dell’anno 2022. 

Vini proposti in degustazione:

Alto Adige Val Venosta DOC Pinot Nero 2023 – Marinushof
Alto Adige DOC Pinot Nero Windschnur 2022 – Tenuta Castel Rametz
Alto Adige DOC Pinot Nero Anrar 2022 – Cantina Andriano
Alto Adige DOC Pinot Nero Maglen 2022 – Cantina Tramin
Alto Adige DOC Pinot Nero Riserva Matan 2022 – Pfitscher
Alto Adige DOC Pinot Nero Vigna Kofl 2022 – Peter Zemmer
Alto Adige DOC Pinot Nero Riserva Lehmont 2022 – Cantina Sankt Pauls
Alto Adige DOC Pinot Nero Riserva Trattmann 2022 – Cantina Girlan

 


Dettagli Evento

  • Data: venerdì 10 ottobre 2025
  • Sede: Hotel Carlo Felice (Via Carlo Felice 43, Sassari)
  • Orario: 19:00
  • Relatore: Sommelier André Senoner
  • Contributo Soci: € 30,00 (in regola con la quota associativa 2025)
  • Posti disponibili: max 50
  • Scadenza iscrizioni: fino ad esaurimento posti e fino al 6 ottobre 2025. Dopo tale scadenza sarà ammessa l’iscrizione di soci non in regola (quota € 30 + IVA) e non soci (quota € 40 + IVA) nei limiti della capienza stabilita.
  • Disdetta iscrizioni: Se dopo la prenotazione l’iscritto fosse impossibilitato a partecipare dovrà darne  avviso all’organizzazione tempestivamente e comunque entro le 48 ore precedenti il seminario. Dal rimborso della quota sarà detratta una somma di € 5,00 a titolo di spese amministrative.
  • La mancata presentazione o la disdetta a meno di 48 ore dall’inizio dell’evento non daranno diritto al rimborso.
  • Lista d’attesa: All’esaurirsi dei posti, gli iscritti saranno inseriti in lista d’attesa e contattati secondo l’ordine di iscrizione non appena si dovessero liberare dei posti (per l’inserimento in lista d’attesa inviare un messaggio whatsapp al 349 0683997).
  • Bicchieri da degustazione: i partecipanti dovranno dotarsi della valigetta con i bicchieri.

NON SOCI e SOCI 2024
DEVONO ESEGUIRE ACQUISTI SINGOLI E NOMINATIVI (NOME, COGNOME, CODICE FISCALE E TUTTI GLI ALTRI DATI)

NON SONO AMMESSE ISCRIZIONI E PAGAMENTI A NOME DI SOCIETÀ

           segreteria@ais.sardegna.it
    Sommelier Franco Melis 349 0683997

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