da Redazione | Mag 29, 2026 | 2026, Articoli
Quella che si è svolta in data 22 maggio presso la Delegazione AIS di Sassari non è stata soltanto una masterclass, ma un’immersione colta e stratificata nell’universo di uno dei vini più emblematici e, al tempo stesso, più dibattuti dell’enologia italiana: il Chianti, o più precisamente il Chianti Classico.
Tra sedimentazioni storiche, narrazioni spesso contraddittorie e quella sottile complessità che appartiene alle grandi denominazioni, l’incontro si è dispiegato sotto la guida autorevole di Valentino Tesi. Con misura e precisione, il suo racconto ha attraversato numeri, altitudini, esposizioni, stratigrafie geologiche e assetti pedoclimatici, ma soprattutto ha restituito il mosaico interpretativo e filosofico che definisce oggi la fisionomia del Chianti Classico.

Un percorso che ha naturalmente toccato anche il tema delle U.G.A., le Unità Geografiche Aggiuntive, e il ruolo del Consorzio Vino Chianti Classico, promotore di una serata capace di coniugare rigore analitico e profondità di visione.
Profondità di visione, appunto, perché parlare di Chianti Classico significa entrare in una trama che intreccia donne e uomini, lignaggi, intuizioni e slanci lungimiranti, restituendo il profilo di un vino che affonda le proprie radici in una memoria quasi ancestrale. Ma significa anche confrontarsi con una denominazione che, nella sua storia più recente, ha conosciuto letture divergenti, entusiasmi e riserve, quasi a dividersi lungo una linea critica sottile tra adesione e dissenso.
In questo scenario, un punto resta fermo: il sangiovese, vero baricentro stilistico e culturale del Chianti Classico. Per lungo tempo interprete di un equilibrio corale costruito insieme ad altre varietà, autoctone e anche internazionali — canaiolo nero, ciliegiolo, colorino, fogliatonda, malvasia nera, mammolo, pugnitello, ma anche cabernet franc, cabernet sauvignon, merlot e syrah — oggi il vitigno principe sembra imporsi con un protagonismo sempre più netto.

Cosa abbiamo degustato? Otto etichette, otto vini, ma soprattutto otto Chianti Classico. Una degustazione pensata non per puntare il dito, bensì per mettere in risalto la cura dei dettagli: proprio quei dettagli che fanno la differenza. Lo dimostra, prima di tutto, il riassetto della denominazione che, nel 2014, ha introdotto una nuova tipologia. Nasce così, per la prima volta in Italia, una denominazione che pone al vertice la qualità con la “Gran Selezione”. Si parte dal Chianti Classico Annata, specchio più immediato della tipologia; si prosegue con il Chianti Classico Riserva, dotato di maggiore struttura e persistenza; fino ad arrivare al Chianti Classico Gran Selezione, vertice espressivo di equilibrio, longevità e visione prospettica.
Chianti Classico “La porta di Vertine” 2023 – Bertinga
Ci troviamo nel territorio di Gaiole, con vigneti posti intorno ai 500 metri s.l.m. Ottenuto dal vigneto “La porta di Vertine”, è un sangiovese in purezza, maturato per 14 mesi in cemento e affinato a lungo in vetro. Nel calice si mostra diretto, nitido e profondamente varietale: un Chianti Classico che si riconosce senza esitazioni. Al naso emergono ciliegia selvatica e arancia rossa, mentre il sorso si distende con freschezza vibrante, ritmo e scorrevolezza.
Chianti Classico 2024 – Cigliano di Sopra
L’areale è quello di San Casciano, dove i vigneti raggiungono al massimo i 300 metri s.l.m. Qui i vini tendono ad assumere toni più maturi, con una struttura più evidente e una freschezza meno affilata. La vinificazione avviene a grappolo intero, con fermentazione spontanea e senza filtrazione. Al naso emerge subito un frutto più polposo, accompagnato da richiami di speziatura dolce, macchia mediterranea e leggere sfumature balsamiche. All’assaggio, la freschezza resta comunque protagonista, pur confrontandosi con una trama tannica ancora leggermente ruvida. Ne deriva un insieme sospeso tra eleganza e qualche affascinante irregolarità stilistica.

Chianti Classico “Villa Antinori” Riserva 2023 – Antinori
Ventisei generazioni di viticoltori, dal 1385 a oggi, fanno di questa realtà una delle aziende vitivinicole più longeve al mondo. Pioniera nel panorama del vino italiano, opera anch’essa nell’areale di San Casciano. È un vino che manifesta fin da subito una propria identità: non ricerca l’omologazione, ma privilegia una cifra stilistica di ampia leggibilità, fondata su continuità e precisione esecutiva. La base è costituita da almeno l’80% di Sangiovese, affiancato da una quota di vitigni internazionali. Il profilo olfattivo si fa più generoso (frutta in confettura, peperone rosso, spezie, note balsamiche), mentre l’assaggio appare più materico, sostenuto da rotondità ed equilibrio. Tuttavia, emerge una considerazione: si percepisce un vino più orientato allo stile aziendale che a una rigorosa espressione del territorio.
Chianti Classico “Vignalparco” Riserva 2022 – Casa Emma
Colline che sfiorano i 400 metri, tra calcare, roccia e argilla: ci troviamo nell’area di San Donato in Poggio. Anche il quarto vino in degustazione conferma la centralità del Sangiovese in purezza. Ma qui entra subito in gioco un elemento decisivo: l’annata 2022, calda e siccitosa. Nel calice emergono tonalità intense, frutto maturo e una complessità che richiama erbe aromatiche essiccate e cenni balsamici. La freschezza sostiene un tannino ancora scalpitante e di forte personalità, chiara espressione di un’annata complessa.
Chianti Classico Gran Selezione “Vigneto di Campolungo” 2021 – Lamole di Lamole
Salotti, banchetti ed esperienze legate al vino: queste sono solo alcune delle attività che contraddistinguono questa azienda. Ci troviamo nel vigneto di Campolungo, a Lamole, suggestiva frazione del comune di Greve in Chianti. Qui le altitudini si fanno più decise, tra i 450 e i 580 metri s.l.m., con punte che sfiorano i 700 metri. Dominano le arenarie del cosiddetto “macigno toscano”, elemento distintivo di questa zona. L’esordio olfattivo è quasi in punta di piedi: timido, ma di sottile e minuziosa eleganza. Emergono spezie dolci, frutto maturo e cenni di arancia candita. L’assaggio è aggraziato e scorrevole, sostenuto da un tannino mai dominante, capace di garantire struttura e bilanciare acidità e componente alcolica senza risultare aggressivo. Personalmente, lo considero il vino della serata.
Chianti Classico Gran Selezione Gaiole 2019 – Capannelle
Rinomata realtà di Gaiole in Chianti, fondata negli anni Settanta e da sempre associata a vini di elevato profilo qualitativo. Anche qui troviamo un sangiovese in purezza proveniente da una selezione che non supera le 4.000 bottiglie. Nel calice mostra tonalità più calde e primi cenni evolutivi, con riflessi granati. Al naso appare inizialmente contratto, ma lascia emergere richiami di frutto scuro, sottobosco, humus, resine e ginepro. Il sorso conferma questa impostazione austera e si sviluppa soprattutto sulla trama tannica, accompagnata da interessanti richiami umami e leggere sensazioni iodate. Meno convincente, al momento, la persistenza gustativa, piuttosto contenuta. Vino ancora in fase di definizione.
Chianti Classico Gran Selezione Greve “La Corte” 2021 – Castello di Querceto
Vigna La Corte, 100% sangiovese, 440/470 metri s.l.m. Siamo a Greve in Chianti, nella porzione nord-orientale dell’areale del Chianti Classico. Castello di Querceto è una storica realtà di questo areale, di proprietà della famiglia François fin dalla fine dell’Ottocento. L’azienda si distingue per una produzione fortemente legata al sangiovese e alla valorizzazione delle singole vigne. Nel calice mostra una tonalità carminio profonda e compatta. Il profilo olfattivo restituisce gioventù e nitidezza di frutto, accompagnate da eleganti sfumature di lieve tostatura. Il sorso trova equilibrio tra struttura, dinamismo gustativo e scorrevolezza di beva. Si esprime con armonia, precisione e notevole compostezza gustativa.
Chianti Classico Gran Selezione Gaiole “Castello di Brolio” 2022 – Ricasoli
Chiude, forte anche di un prestigio storico indiscusso, la degustazione della Gran Selezione di casa Ricasoli: Castello di Brolio 2022, etichetta che rappresenta l’apice produttivo dell’azienda. Solo uve sangiovese provenienti da diversi areali — Macigno del Chianti (arenarie), Scaglia Toscana (galestro) e Monte Morello (alberese). Colpisce per energia, nitidezza e precisione olfattiva, delineando un profilo cesellato sul frutto maturo e sulla spezia dolce, con richiami vegetali di resina e cenni di agrumi rossi, perfettamente integrati. Il sorso mantiene le promesse: verticale, dinamico, sostenuto da un tannino composto e raffinato. “Invitante” è forse l’aggettivo che meglio ne sintetizza la personalità.
Al di là dei numeri e delle percentuali di sangiovese, questa masterclass mi ha dato un grande senso di scoperta. Torno da Sassari con una convinzione in più: siamo davanti a un’area vinicola di cui si parla tanto, ma che forse viene esplorata e percorsa ancora troppo poco.
Per me, leggere il vino non significa solo esercitare i sensi a riconoscere un profumo di arancia candita o misurare la trama di un tannino. Significa, prima di tutto, coglierne l’emozione che quel calice sa evocare. Il vino non è una materia fredda da classificare, ma rappresenta una storia viva e vivente, che racconta della terra e delle persone che la lavorano.
Durante le otto degustazioni, ho quasi potuto sentire l’eco di una parlata, quella fonetica toscana così fiera e vibrante, che si riflette nel carattere del sangiovese.
È un vino straordinario perché vive di un paradosso: è semplice senza mai diventare banale, articolato ma accessibile, profondamente popolare nel modo di essere bevuto eppure, in fondo, mantiene radici aristocratiche.
Alla fine della serata, messi da parte i panni dello studente e coccolati da un’ottima fainè sassarese gentilmente offerta dalla Delegazione di Sassari, resta la consapevolezza di aver incontrato nel bicchiere qualcosa di prezioso. Forse la Toscana più autentica, intatta e senza tempo del Chianti Classico.
da Redazione | Mar 20, 2026 | 2026, Articoli
Lo scorso 7 dicembre 2025, a Meana Sardo, un caratteristico paese di 1524 anime nel cuore del Nuorese, si è tenuta la giornata della “Degustazione Eroica”, un evento enologico che ha celebrato i vini prodotti con la “viticoltura eroica”, ovvero la coltivazione della vite in condizioni territoriali estreme e impervie, e che ha visto coinvolta AIS Sardegna con colleghi sommelier provenienti dalle diverse Delegazioni dell’Isola.

È stata un’esperienza molto piacevole, un viaggio enogastronomico che ha riunito appassionati di vino e curiosi, per scoprire i segreti dei Vigneti Eroici del territorio di Meana, estremità meridionale della DOC Mandrolisai. Fin dai primi istanti della manifestazione si percepiva un’accoglienza calorosa della comunità, con le strade del paese piene di persone che si sono riunite per vivere questa tradizione vitivinicola.
Giuseppe Carrus del Gambero Rosso ha guidato il racconto dei Vigneti Eroici, affiancato da Anais Cancino (Wineteller), Cristina Mamusa (Le Strade del Gusto) e Giulia Salis (Videolina). La tavola aperta ha presentato voci, esperienze e sguardi diversi sul territorio di Meana Sardo, con un riferimento anche all’areale “ospite”, la Valtellina, un altro esempio di viticoltura eroica.

La giornata è iniziata con degustazioni guidate e interventi di chef e produttori, che hanno raccontato le storie dietro i vini e i piatti presentati.
Lo chef Leonildo Contis ha aperto le danze con un panettone tradizionale con salsa al pane di sapa e zabaione al vino “El Dorado”, un bianco dolce della Vitivinicola Fulghesu, proposto anche in abbinamento. Un connubio che ha lasciato il segno, grazie anche alla guida esperta della sommelier Angela Mereu della Delegazione di Oristano.
La festa è continuata con Emanuela Billi, collaboratrice di Sandro Cubeddu (bloccato all’ultimo momento dall’influenza), che ha proposto un padellino al mais con ricotta e pomodoro alla pizzaiola, abbinato al Mandrolisai Rosato “Roseu” 2024 della Cantina Demuru. Un piatto semplice ma gustoso, che ha fatto innamorare il pubblico; la degustazione del vino è stata condotta dal sommelier Salvatore Circosta, Delegato di AIS Sassari.

Quindi lo chef Roberto Pisano ha portato in tavola un arancino allo zafferano e pecorino, ripieno di totano, abbinato al Mandrolisai Rosso “Favòe” 2023 della Cantina Meloni Nicolò. Un’esplosione di sapori e colori, in un abbinamento descritto con maestria dal sommelier Giorgio Demuru della Delegazione di Sassari.
La Valtellina si è presentata al pubblico isolano con lo chef Davide Maddalena, che ha proposto un taroz della tradizione con cotechino morbido, abbinato al Valtellina Superiore Valgella “Carterìa” Riserva 2021 della Cantina Fay. Un piatto che ha fatto scoprire le bellezze di questa caratteristica area della Lombardia, grazie anche alla guida del sommelier Antonio Furesi, Presidente di AIS Sardegna.

Lo chef Mauro Ladu ha risposto, interpretando un piatto d’ispirazione barbaricina: pane, formaggio, pomodoro e lardo, abbinato a Isola dei Nuraghi Bovale IGT “Olosìa” 2021 della Cantina Meana. Un’esperienza autentica e gustosa, sotto la conduzione appassionata del sommelier Francesco Deriu, Delegato di AIS Nuoro.
In ultimo, lo chef Luigi Pomata ha chiuso la degustazione con una fregula con genovese di tonno, limone e pecorino, abbinato a “Cannone 999”, vino rosso dell’Azienda Agricola Universum. Un percorso sensoriale guidato dal sommelier Roberto Pisano, della Delegazione di Cagliari, Vice Presidente di AIS Sardegna.

Il servizio dei vini in sala è stato curato puntualmente dai colleghi sommelier Tonina Chessa e Mario Deledda della Delegazione di Nuoro e Paolo Meloni della Delegazione di Oristano.
In serata l’evento è stato accompagnato dall’energia e dall’intrattenimento musicale della Seuin Street Band.
La serata, infine, si è conclusa con un tocco di tradizione: lo civalgeddu fritto, il pane fritto tipico della cultura gastronomica meanese, soffice e caldo, preparato sul momento per regalare un finale di gusto autentico e appagante.

Si è trattato, in conclusione, di un evento decisamente ben riuscito, che ha confermato la vocazione enogastronomica della Sardegna e l’importanza di tutelare e promuovere i prodotti locali. Meana Sardo ha dimostrato di essere un luogo unico, dove la natura e l’uomo si incontrano in un rapporto di felice connubio, creando qualcosa di veramente speciale.

da Redazione | Mar 13, 2026 | 2026, Articoli
Il primo a lanciare l’idea di una stretta collaborazione tra la nostra associazione e i consorzi di tutela fu il compianto Pier Paolo Fiori, a capo della Delegazione sassarese dal 2014 fino alla data della sua scomparsa, nel febbraio del 2025. L’attuale delegato di AIS Sassari, Salvatore Circosta, ha raccolto volentieri il testimone, dando seguito a questa felice intuizione, a cominciare da un territorio che arriva praticamente alla periferia di Sassari, cioè la Romangia. Il Consorzio Volontario per la Tutela e la Valorizzazione dei vini “Terre di Romangia” si è costituito nel 2019, ottenendo fin dall’inizio l’erga omnes, cioè la possibilità di rappresentare – in virtù delle quote maggioritarie in termini di ettari vitati ed ettolitri di vino prodotti – tutte le aziende che insistono nel territorio, comprese quelle che non fanno parte del Consorzio. L’attuale presidente, Alessandro Dettori, si è da subito reso disponibile per l’organizzazione di questa serata, intitolata “Calici di Romangia – Tra storia, attualità e nuovi scenari”, che ha consentito ai sommelier provenienti dalle diverse delegazioni sarde di conoscere da vicino una realtà ricca e sfaccettata come quella romangina.

Dopo i saluti iniziali del delegato Salvatore Circosta, è stato proprio il presidente del Consorzio Alessandro Dettori a fare il primo intervento, nel quale ha descritto spirito e finalità del Consorzio, accompagnando le sue parole con una lunga e articolata serie di documenti, antichi e più recenti, testimonianza tangibile della centralità che da sempre ha connotato il territorio romangino nella produzione vitivinicola isolana, e in particolare la strettissima correlazione con il vitigno principe a bacca nera, il cannonau, qui presente nello storico e caratteristico clone chiamato “retagliadu nieddu”.
Nell’intervento successivo, la nostra collega, nonché geologa, Daniela Perria ha brillantemente descritto gli aspetti più peculiari del territorio romangino, un sistema a gradoni affacciato sul Golfo dell’Asinara che vede, per quanto riguarda il suolo, un susseguirsi di differenti composizioni. Dai depositi sabbiosi eolici presenti a livello del mare alle marne e depositi sabbiosi dell’agro di Sorso, dalle vulcaniti di Osilo e Castelsardo alla piana alluvionale di Valledoria, per arrivare alle marne e calcareniti dell’altopiano di Sennori. Un panorama vario e sfaccettato che marca in maniera decisa i vini che prendono vita nei diversi territori.

È arrivato poi il momento delle degustazioni, affidate a un competente team tutto al femminile, composto da Luisa Teatini, Valentina Carboni e Daniela Perria.
Anche in questo caso, la visione d’insieme, molto variegata, ha rispecchiato le diverse peculiarità territoriali e stilistiche. Il Vermentino di Sardegna “Jolzi” 2024 della Cantina Fara sì è distinto per finezza aromatica e piacevole sapidità, mentre il “Sussinku Bianco” 2023 di Nuraghe Crabioni, ottenuto sempre da uve vermentino, vendemmiate tardivamente, ha mostrato struttura, buone doti di avvolgenza e qualche gradevole tono evolutivo. Con “Li Sureddi Bianco” 2022 di Antichi Vigneti Manca si è potuta apprezzare la versatilità delle uve vermentino, qui proposte (con un piccolo saldo di girò bianco) in versione macerata, con profumi quasi da vino dolce, ma una beva tesa e pienamente convincente. Con la stessa azienda si è passati a “Li Sureddi Rosso” 2022, ottenuto dal clone locale del cannonau, il retagliadu nieddu: piacevoli note balsamiche al naso e mirabile equilibrio al gusto per un vino indubbiamente di grande impatto. Sempre da retagliadu nieddu è ottenuto il vino successivo, “Dettori Rosso” 2020 delle Tenute Dettori, un rosso vinificato “all’antica” con un percettibile residuo zuccherino e un’avvolgenza glicerica ben bilanciati dalla decisa tensione fresco-tannica.

La parte conclusiva, dedicata al Moscato di Sorso-Sennori, ha proposto in primis quello che è ormai un apprezzato classico territroriale, “Oro Passito” della Cantina Fara, vino di grande fascino, a cominciare dal luminoso colore dorato (nomen-omen), connotato da un bouquet di miele e frutti disidratati e da una beva golosa e persistente. In conclusione, il Moscato di Antonio Carta, altra produzione “all’antica” che ha riportato in sala stile e profumi d’altri tempi. Grado alcolico contenuto e abbondante residuo zuccherino: quasi uno Sherry Dulce prima della fortificazione, se ci si consente la disinvolta similitudine, per un vino che riesce comunque a trovare un proprio equilibrio in una beva sicuramente appagante.
Una serata decisamente riuscita, che ha ribadito quanto sia indispensabile la stretta collaborazione tra gli organismi di tutela delle produzioni vitivinicole e le associazioni come la nostra, impegnate nella divulgazione e nella diffusione della cultura del vino. L’auspicio di tutti è che questo appuntamento sia solo il primo di una lunga serie.
da Redazione | Feb 17, 2026 | 2026, Articoli
Il 22 gennaio, presso l’aeroporto Cortesa di Olbia, la Delegazione AIS Gallura ha ospitato un seminario dedicato allo Champagne, dal titolo “Il tempo e il metodo”. A guidare il percorso, Leonardo Taddei, ambasciatore dello Champagne, poliedrico relatore AIS che ha coinvolto il pubblico in un itinerario inconsueto e affascinante. Una lettura insolita frutto di una profonda conoscenza del territorio, dei suoi vignerons e delle problematiche antiche e recenti.

Il relatore ha introdotto il suo intervento ricordando come lo Champagne possa essere raccontato, interpretato e degustato in infiniti modi. Il suo ruolo – ambasciatore e comunicatore dello Champagne “alla francese” – lo porta a tradurre questa complessità con rigore e sensibilità, anche grazie a un’intensa attività divulgativa che spazia dalle realtà professionali agli istituti di formazione.
Un percorso in tre tappe
La serata si è sviluppata attraverso tre grandi temi, ciascuno accompagnato da una specifica batteria di assaggi: vitigni e terroir, per comprendere le radici dell’identità champenois; metodo di produzione, con un focus dedicato ai rosé; tempo ed evoluzione, per osservare come l’affinamento modelli stile, profondità e personalità di ogni etichetta.
La Champagne
La Champagne è un territorio viticolo di 34.000 ettari, suddiviso in quattro aree principali – Montagne de Reims, Vallée de la Marne, Côte des Blancs e Côte des Bar – affiancate da numerose micro-zone. Qui si coltivano sette vitigni, con un equilibrio tra pinot noir, meunier e chardonnay, sotto una rigorosa disciplina agronomica. Il sistema produttivo riunisce migliaia di vigneron, maison e cooperative che operano in modo coeso per preservare l’identità dello champagne, nonostante la recente flessione dei consumi.

Il clima, sospeso tra influenze continentali e oceaniche, favorisce vini freschi e tesi. I suoli variano dal gesso della Montagne de Reims e della Côte des Blancs ai terreni più argillosi e calcarei della Côte des Bar, passando per il mosaico della Vallée de la Marne. Dall’alto, la regione appare come un patchwork di parcelle, frutto di una storica diversificazione agricola. Tra queste spiccano i Clos, minuscoli appezzamenti recintati che custodiscono identità uniche e produzioni molto ricercate.
I vitigni
I vitigni protagonisti della Champagne sono pinot noir, chardonnay e meunier. Il pinot noir dona struttura, forza e note di piccoli frutti rossi, la vera “schiena” dello champagne. Lo chardonnay porta freschezza, agrumi, verticalità e la capacità di esaltare la componente gessosa dei suoli. Il meunier, spesso considerato meno nobile, offre morbidezza e fruttuosità, ed è fondamentale per armonizzare le cuvée, soprattutto nella tradizionale formula 33-33-33 prevista dal disciplinare.
La degustazione
Champagne N. 1 – Jack Legras – “Blanc de blancs Grand Cru” (Chouilly, Côte des Blancs, anno di fondazione: 1976) – Chardonnay 100%. Dosaggio: Brut 6 g/l – Dégorgement: luglio 2025
Vinificato in acciaio e affinato sui lieviti (25% vin de réserve). Profilo classico e territoriale: colore paglierino luminoso, bollicina fine, profumi di agrumi e fiori bianchi. In bocca è fresco, sapido e verticale, con acidità più tesa rispetto agli chardonnay italiani.

Champagne N. 2 – Guy Thibaut – “Blanc de noirs Grand Cru” (Verzenay, Montagne de Reims, 1955) – Pinot noir 100%. Dosaggio: Brut 4,5 g/l – Dégorgement: gennaio 2025.
Blanc de Noirs da una vigna di soli due ettari, non filtrato, affinato 24 mesi sui lieviti (Blend 2019-2020). Aromi di fragolina, note vegetali e floreali. Al palato è più rotondo, strutturato e vellutato, con acidità più bassa rispetto al Legras.
Le differenze emergono per colore, Legras paglierino e Thibaut più dorato e intenso; all’olfatto Legras agrumato e floreale, Thibaut più profondo e fruttato; per struttura, fresco e verticale il primo; pieno, morbido e avvolgente il secondo.
Champagne N.3 – Camille Savès “Rosé Grand Cru” (Bouzy, Montagne de Reims, 1894) – Rosé d’assemblage. 60% chardonnay, 28% pinot noir, 12% vino rosso. Dosaggio: Brut 8 g/l – Dégorgement non indicato.
Malolattica non svolta, affinamento 3-4 anni. Rosé luminoso e accattivante, molto richiesto nei mercati asiatici. Profumi di mandarino e pompelmo rosa, gusto delicato con freschezza attenuata dal vino rosso, che porta una lieve ruvidità finale.

Champagne N.4 – Jeaunaux Robin “Rosé de Saignée Millésime 2020” ( Talus-Saint-Prix, Côte des Blancs, 1971) 100% meunier. Dosaggio: Brut 4 g/l – Dégorgement non indicato.
Macerazione diretta (saignée, o salasso, come viene chiamata in Italia), affinamento fino a due anni. Colore più intenso e brillante, effervescenza vivace. Al naso emergono note terziarie. In bocca sorprende per freschezza e vivacità, con ritorni fruttati e agrumati più netti rispetto al Camille Savès.
Differenze per metodo, assemblaggio nel primo champagne e macerazione (saignée, o salasso) nel secondo, maggiore struttura nel Jeaunaux Robin. Il colore è più delicato nel Savès, dal profilo fruttato e morbido, mentre risulta dinamico e complesso il Jeaunaux Robin.

Champagne N.5 – Brocard Pierre “Brut Tradition” (Celles-sur-Ource, Côte des Bar, 1932). Assemblaggio: 80% pinot noir, 10% chardonnay, 10% pinot blanc. Dosaggio: Brut 4g/l. Dégorgement: giugno 2023.
Affinamento oltre 30 mesi. Colore intenso, naso con note di panificazione, tocchi floreali e fruttati. In bocca è fresco di frutta matura (pesca bianca e mela gialla).
Champagne N.6 – Gersende Lefevre “Réserve Cœur d’Or Grand Cru Brut” (Verzy, Montagne de Reims, 1977). Dosaggio: Extra Brut 0 g/l – Dégorgement: 2025.
75% pinot noir, 25% chardonnay, affinamento 3-4 anni. Colore meno intenso del precedente Champagne, naso un po’ lento nell’esprimersi e con sfumature iniziali appena ossidative, nonostante il dégorgement più recente. Al palato è più morbido, meno teso, con finale dolce e minore freschezza.

Al termine del seminario il presidente Antonio Furesi ha voluto evidenziare il taglio particolarmente formativo e didattico e al contempo inconsueto che Leonardo Taddei ha impresso all’evento. Professionale come sempre il gruppo di servizio guidato da Luigi Regaglia. L’incontro si è chiuso con un buffet allestito dallo staff Cortesa, coordinato da Luisella Murgia e con l’apprezzato contributo dello chef Tommaso Perna.
da Redazione | Gen 7, 2026 | 2026, Articoli
Pubblichiamo con piacere questo interessante ed esaustivo resoconto dell’incontro in calendario qualche settimana fa, dedicato al mondo delle I.G.A. L’autrice è la collega gallurese Roberta Scano, al debutto sul sito AIS Sardegna. (G.D.)
Venerdì 19 dicembre, nel Chiostro del Carmine, antico monastero del ‘700 oggi sede del Consorzio UNO – Università di Oristano, Assoenologi Sardegna ha organizzato un incontro dal titolo provocatorio e stimolante “Il vino incontra la birra. Amici o nemici?“ Un’occasione preziosa per esplorare affinità e divergenze tra due mondi, solo in apparenza distanti, ma oggi sempre più vicini nella ricerca e nella creatività.

Quando il mosto d’uva esalta la birra
Al centro del dibattito, le Italian Grape Ale (IGA), birre ad alta fermentazione aromatizzate con mosto d’uva fresco o cotto e talvolta con il frutto intero. Lo stile, riconosciuto ufficialmente nel 2015 e inserito nella guida BJCP, nasce in Sardegna nel 2006 grazie all’intuizione del mastro birraio Nicola Perra del birrificio Barley. La sua BB10, Imperial Stout impreziosita da mosto cotto (sapa) di cannonau ha aperto la strada a una nuova categoria birraria, oggi consolidata e riconosciuta.
Voci autorevoli a confronto
L’incontro è stato moderato dal giornalista enogastronomico Roberto Ripa, con la partecipazione di figure di spicco del panorama enologico e birrario come Mariano Murru, presidente di Assoenologi Sardegna, Costantino Fadda, direttore dei corsi di Viticoltura, Enologia e Tecnologia Alimentare di UNISS, Antonio Furesi, presidente AIS Sardegna e Nicola Perra, mastro birraio e fondatore del birrificio Barley. In collegamento via web sono intervenuti Lorenzo Dabove, alias Kuaska, tra i massimi esperti internazionali di birra, e Alberto Laschi, sommelier della birra e formatore Fisar.

Durante la tavola rotonda, dopo i saluti di rito del direttore dei corsi Fadda e del Presidente di Assoenologi Murru, Antonio Furesi ha presentato un quadro del mondo brassicolo artigianale dalla sua nascita in Italia alla attuale situazione, approfondendo poi un focus sulla genesi e l’evoluzione dello stile Italian Grape Ale, oggi l’unico italiano riconosciuto. Nicola Perra ha poi fornito qualche ulteriore informazione sul piano tecnico, dando poi spazio ai due ospiti online Lorenzo Dabove e Alberto Laschi, che hanno saputo impreziosire il dibattito, raccontando le loro personali esperienze legate alle IGA di Barley e ai numerosi incontri con il mastro birraio ideatore del nuovo stile. Infine, Dabove ha sorpreso l’uditorio con una degustazione in diretta di una BB10 d’annata, a dimostrazione di quanto alcune di queste birre siano in grado di reggere perfettamente il tempo.
Le IGA in degustazione: la Masterclass
La Masterclass dedicata alle IGA del birrificio Barley si apre con l’intervento del presidente Assoenologi Mariano Murru, che introduce il vitigno nasco, protagonista della prima birra in degustazione. Vitigno a bacca bianca tipico dell’area di Cagliari e di parte del territorio oristanese, il nasco esprime note mielate, floreali e muschiate, perfette per vini dolci, liquorosi e passiti ma capaci di sorprendere anche in versioni secche di grande finezza.

BB20
La BB20 è una birra ad alta fermentazione, ottenuta da mosto fresco di nasco. Al naso emergono fiori bianchi, miele e nuance muschiate che richiamano il vitigno. Malti chiari, luppoli nobili e una selezione di lieviti da vino e da malto danno vita a una birra “a due voci”, armonica e riconoscibile.
Durante la Masterclass si sono alternati il mastro birraio Nicola Perra, che ha curato soprattutto gli aspetti tecnico-produttivi, e il presidente di AIS Sardegna Antonio Furesi, che ha guidato la “lettura” sensoriale e culturale delle birre.
BB VERBLONDE
La seconda birra è la BB VERBLONDE, frutto dell’integrazione di mosti freschi di uve bianche, con prevalenza di vermentino. Il profilo olfattivo richiama macchia mediterranea, fiori di campo e frutta esotica. Al palato è fresca, con una chiusura amaricante fine e persistente.

BB REDNAU
Segue la BB REDNAU, IGA con mosto fresco di cannonau. Il colore rubino brillante e la schiuma fine catturano subito lo sguardo. Al naso si intrecciano i sentori di caramello e biscotto, tipici del malto, e le note fruttate del vitigno. In bocca ritroviamo lampone, ribes, una piacevole acidità e un finale secco.
BB BOOM
La quarta birra, BB BOOM, è un’ambrata al mosto cotto di uve vermentino. Nasce dalle sperimentazioni di Perra sull’uso della sapa di vitigni sardi come cannonau, nasco e malvasia. È una birra complessa e strutturata: note floreali e agrumate, accenni di frutta candita e mosto cotto, un finale amaricante deciso e un tenore alcolico importante ma ben bilanciato.

BB10
A chiudere il percorso, la BB10, simbolo dell’audacia creativa del birrificio. Imperial Stout al mosto cotto di cannonau esprime sentori di caramello, cacao, prugna, amarena e frutta secca. È indubbiamente una birra da meditazione, da degustare magari con il cioccolato, ma che si presta anche ad abbinamenti più articolati con i bolliti e con formaggi stagionati e sapidi.
La birra che diventa territorio
Questo incontro ci ricorda che anche un prodotto che non nasce dal territorio può diventare territorio. Le IGA lo dimostrano con eleganza: l’incontro con i vitigni sardi dona alla birra una nuova identità, un nuovo linguaggio. Questa è la grande opportunità che ci consente di cogliere questo stile: dare voce a un territorio attraverso un prodotto che, grazie all’utilizzo di alcuni vitigni tradizionali è pienamente in grado di raccontarlo con autenticità.